“Il medico delle scarpe sono io! Io so come devono camminare le scarpe”

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Ho conosciuto Mastro Michele nei racconti di mio nonno, anche lui un vecchio mastro barbiere, che mi parlava di come si viveva dopo la guerra nel nostro paese, quando tutti i ragazzini andavano ad imparare un mestiere che per tanti di loro sarebbe diventato lavoro. Nei racconti emergeva un quadro sociale integro, fatto di rispetto e stima reciproca, nonché collaborazione e condivisione dei problemi di tutti i giorni.
Come ha iniziato a fare il calzolaio?
E chi n’daju u cuntu! Una volta i genitori si preoccupavano dei figli fin da piccoli perché non tutti potevano andare a scuola e quindi tanti bambini cominciavano ad imparare un mestiere già dalla piu tenera età. A mia sorella piaceva studiare ed è diventata professoressa, mio fratello lavorava, poi c’ero io. A scuola non andavo bene, studiavo poco ed ero bravo solo in matematica. Per questo motivo, mio padre, preoccupato per me, chiese a Mastru Tommaso Romano se potevo diventare suo discepolo. Così all’età di nove anni preparai u bancareju che ancora conservo, e iniziai a lavorare nella sua bottega insieme ad altri bambini: la mattina studiavo e il pomeriggio imparavo il mestiere. Quando finii la scuola dedicai tutto il mio tempo al lavoro. Noi ragazzi facevamo anche le consegne ai clienti con la speranza di recuperare qualche lira da mettere nel caruseju che rompevamo a Natale o a Pasqua per dividerci i soldi raccolti. Una volta ottenuta la fiducia del Mastru, diventai u capu mastru di fijjoli, gestivo tutto io, sia i discipuli che le faccende del negozio. Restai con lui per 18 anni, fino a quando non ero pronto per aprire un’attività tutta mia. Nel 1958, all’età di 25 anni, mi sistemai nel magazzino di mio padre e iniziai a lavorare con i miei discepoli. Comprai le forme per ogni tipo di piede, per bambini, per uomo e per donna con tacco alto e con tacco basso. C’era tanto lavoro durante il giorno, tanto che le tomaie che i discepoli non riuscivano a completare, dovevo portarle a casa per finirle di sera. In estate non lavoravo molto, ma quando arrivava il freddo e le prime piogge, i clienti portavano le scarpe da riparare in vista della brutta stagione.
Per chi erano le scarpe che faceva?
Facevo scarpe per ogni tipo di piede, per chi aveva calli, dita storte o cipolle, il piede più grosso o più corto. Prendevo le misure con il centimetro e modellavo le scarpe per come era necessario, a volte anche tagliandole in punta per fare uscire qualche dito fuori. Mi dedicavo alle scarpette per i bambini piccoli, facendole alte alla caviglia per aiutarli a camminare bene e a non prendere storte. Oggi invece in molti hanno problemi ai piedi perché usano scarpe belle, ma non comode. Utilizzavo principalmente camoscio o pelle per fare mocassini o scarpe allacciate per tutti i giorni, o per la campagna con gli attacci. Insomma scarpe di tutti i tipi, che costavano intorno alle 70/80 lire, meravigliando per prezzi così bassi chi veniva da fuori. Ricordo di aver fatto dei mocassini con un taglio particolare per un medico di Monasterace e le scarpe per la cerimonia del passaggio di grado del Prete Cappelleri di Roccella. Il materiale che utilizzavo per le scarpe me lo portavano da Messina o da Catania. Quando scuoiavano un bue, dividevano u coriu in due parti, con quella di sopra che era più sottile facevano la pelle, con quella di sotto, più rigida, facevano il cuoio. La pelle era fornita a rotoli e si pagava a peso.
Si ricorda qualche richiesta particolare?
Mo ti cuntu nu fattu curiusu: Una volta mi capitò di dover rialzare una scarpa di 4 centimetri per un signore che aveva l’altra gamba ingessata. Quando il lavoro era pronto e avevo accuratamente preparato il tacco con le tavolette di sughero, livellandole in modo da favorire la camminata, il cliente venne a ritirare la scarpa, con l’intenzione di farla vedere al medico per un parere. Dopo qualche giorno ritornò, sostenendo che il medico non approvava il lavoro fatto. Io risposi “u medicu di scarpi sugnu eu, eu sacciu comu n’dannu u caminanu i scarpi”. Non tornau!
Cosa avrebbe fatto se non fosse diventato calzolaio?
Non so cosa sarei diventato. Ho fatto il calzolaio sin da bambino e ho sempre amato e svolto con passione il mio lavoro, non pensando a un’alternativa. Il mio mestiere mi è sempre piaciuto e mi sono sempre sentito gratificato nell’accontentare al meglio le richieste dei clienti.
Quali altri interessi conserva?
Ho imparato a suonare il clarinetto perché il Comune portava a Roccella i maestri di musica che ci insegnavano prima il solfeggio e poi le armonie. Quando siamo diventati bravi, abbiamo iniziato a suonare nella banda del paese; eravamo tutti ragazzi che lavoravamo, insomma una banda di artigiani. Ma la mia più grande passione è la pesca. Quando ero ragazzo andavamo a pescare quasi tutti i giorni, scavavamo per cercare i vermi e, quando ne avevamo abbastanza, andavamo a gaioleji. Mi ricordo che una volta prendemmo una cernia di oltre 50 kg cu consu, e festeggiammo pe na settimana. Per un paio di anni pescavo dalla via Marina perché il mare aveva portato via la spiaggia e le onde battevano sul muro del lungomare. Sistemavo le canne da pesca e mi mettevo a lavorare in un piccolo laboratorio dall’altra parte della strada. Quando vedevo le canne che si muovevano, lasciavo il lavoro e correvo a tirare i pesci. Tutt’ora quando è una bella giornata esco in barca, ma no cu friddu ca sinnò cadu malatu, e poi chi fazzu a casa?
È valsa la pena fare tutti questi sacrifici?
Lavoravo dalle 7 di mattina fino alle 9:30-10 di sera; quando c’era luce lavoravamo fuori, e nei primi tempi, prima che arrivasse l’energia elettrica, quando era buio usavamo le candele. Ho fatto tanti sacrifici, ma sono soddisfatto della mia vita. Sono riuscito a portare avanti la famiglia, permettendo ai miei figli di laurearsi e ho condotto sempre una vita dignitosa. Questa è la mia più grande soddisfazione.
Che prospettive ha questo lavoro nella nostra epoca?
Una volta a Roccella eravamo 50/60 artigiani e ognuno di noi aveva un magazzino con 5 o 6 giovani discepoli, perché insegnare ai bambini è molto più semplice, apprendono in fretta. Tutti i ragazzini dovevano trovare un mestiere da imparare: chi andava dal barbiere, chi dal falegname, chi dal mastru custureri e chi dal forgiaro, tutti facevano qualcosa. Anche io avevo tanti discepoli alcuni dei quali, nonostante fossero diventati bravi, oggi fanno tutt’altro, perché questo mestiere non basta pe campari. Oggi non ci sono più i scarpari di una volta e chi fa ancora questo antico mestiere, si limita a piccole riparazioni, tacchi, qualche bottone o cerniera. Inoltre il mercato è cambiato, le scarpe sono scadenti e costano poco, per cui i clienti preferiscono comprarne un paio nuovo piuttosto che pagare una riparazione. Il piccolo artigianato purtroppo è finito, specialmente nelle realtà locali. Io ho vissuto sulla mia pelle, negli ultimi 25-30 anni, questo grande cambiamento che è figlio di un progresso che non ha sempre migliorato le nostre condizioni di vita e che ha costretto tanti giovani a cercare lavoro altrove, impoverendo questa nostra terra.

Autore:
Giorgia Coluccio
La Riviera 11/11/2018